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Sabato 26 Maggio 2018

Villa Lante a Bagnaia

Raffaele Sansoni Riario, Vescovo di Viterbo, nipote del, Papa Sisto IV della Rovere, diede origine al parco di Bagnaia, recintando una zona boscosa, per recarvisi a caccia quando dimorava nel palazzo vescovile, sua residenza estiva.  Divenuto camerlengo, cedette il Vescovato di Viterbo al nipote Ottaviano Visconti Riario nel 1505. Questi costruì il primo edificio della villa, il «casino di caccia», per diletto suo, dei cardinali e dei papi, amanti della caccia, costruzione di nobile architettura ancora quattrocentesca che reca lo stemma dei Riario Visconti (il fiore e il biscione).  L’edificio fu declassato a scuderia nei secoli successivi e devastato dalla guerra (1939-1944).  Recentemente restaurato, offre, sullo sfondo delle querce secolari, il suo prospetto di semplici e armoniose proporzioni. A Riario succedette il Cardinale Nicolò Ridolfi, nipote di Leone X Medici (il papa amante delle arti e della caccia) che costruì il primo acquedotto della villa, utilizzando due sorgenti cedutegli dal comune.  L’avvenimento è ricordato nei carmi di Marco Antonio Flaminio con due poesie intitolate «De Fonte Bagnaiae» e «Fons Nicolai Ridulphi Cardinalis». È in questa epoca (1535) che Paolo III Farnese visitò Bagnaia ospite del cardinale Ridolfi. Fu Paolo III a far costruire il bel viale che da Viterbo conduce alla basilica della Quercia. (Il soffitto di questa basilica, magnifica opera di Antonio da Sangallo il Giovane, fu decorato con il primo oro proveniente dall’America, portato da Cristoforo Colombo e offerto al papa dalla Regina Isabella).

     Bagnaia passò in seguito al conte Balduino Del Monte (fratello del papa Gíulio III, creatore di Villa Giulia), che ebbe per segretario il giovane prelato Giovan Francesco Gambara, della nobile famiglia bresciana dei Gambara di Pratalboino. Più tardi, Gambara fu creato cardinale da Pio IV Medici nel 1561 a 28 anni, e destinato da Pio V Ghislierí al vescovato di Viterbo nel 1566. A questo anno si fa risalire la costruzione della parte principale della villa e del suo famoso giardino all’italiana. Molteplici circostanze influirono sul cardinale Gambara per dar vita a quest’opera: forse l’aver conosciuto gli ameni colli Cimini quand’era assistente di Balduino del Monte; il fatto di essere, come scrive il Pastor nella Storia dei Papi, uno dei cardinali più ricchi del Sacro Collegio e dei più intelligenti nell’arte; e proprio le sue relazioni di parentela e di dipendenze col cardinale Farnese il quale, sull’opposto versante dei Monti Cimini, aveva, pochi anni prima, fatto costruire dal Vignola, il grandioso palazzo di Caprarola. (il Vignola era diventato l’architetto pontificio dopo Michelangelo; la sua operosità si svolgeva in tutto il Lazio).

Sono queste le premesse di carattere logico e storico, oltre a caratteri stilistici, che hanno determinato l’attribuzione allo stesso Vignola della villa di Bagnaia, attribuzione finora non comprovata da documenti diretti.  Solo di recente, in uno studio su Bagnaia e sull’interdipendenza fra Villa d’Este, Caprarola e Bagnaia, il professar Coffin, dell’Università di Princeton, ha pubblicato una lettera, da lui trovata nell’archivio di Parma, nella quale, in data 18 settembre 1568, il Farnese scrive al Gambara: «Poiché il Vignola è già venuto costà per truovare V. S. Ill.ma et intender dallei qualo ella gli commandetà, à me non occorre dirle altro in risp.ta dalla sua, che’ basciarle humiliss.te la mano, et pregarle dal S.r Dio ogni (sic) contento (hole) erità di Capr.la à xviij di Settem.b (hole) 8 ».

     Questo è l’unico, indiretto ma fondato documento, circa l’attribuzione di Bagnaia al Vignola. Se la data d’origine della costruzione della Villa va dunque posta con serio fondamento nel 1568, è invece certo che la conclusione dell’opera architettonica voluta dal cardinale Gambara (che edificò tutto il giardino e quella delle due palazzine legata al suo nome) avvenne nel 1578: questa data si legge scolpita nel fregio sotto il tetto di quel suo palazzo, fra gli stemmi del cardinale stesso (il gambero, la face ardente, l’aquila a due teste e la stella cometa).  Il ricordo dei cardinali finora apparsi nella storia di Bagnaia – Riario, Ridolfi, Farnese e lo stesso Gambara, oltre ad Ippolito d’Este, amico e protettore del Tasso – sono nobilmente fissati nella loggia della stessa palazzina: gli affreschi coi quali è decorata riproducono Villa d’Este a Tivoli, il Palazzo di Caprarola, il Borgo e il palazzo vescovile di Bagnaia, la villa e il giardino costruiti da Gambara.  Ognuno di questi affreschi è sormontato dagli stemmi dei cardinali e da versi in elogio dei cardinali stessi composti dal poeta aulico cinquecentesco Pietro Magno, anch’essi riprodotti in affresco con una di quelle sintesi artistiche, alle quali collaboravano architetto, pittore e poeta.

Subito dopo il completamente della Palazzina e del giardino nel suo complesso, il papa Boncompagni, Gregorio XIII, visitò Bagnaia, ospite del cardinale Gambara. I cronisti che accompagnavano il papa ci hanno lasciato il ricordo, potremmo dire giornalistico, di questo primo viaggio. Il papa partì da Roma mercoledì 10 settembre 1578, accompagnato «dalli cardinali Corno et San Sisto et dal signor Jacopo Buoncompagno con la guardia de suo cavalli leggieri al numero di ottanta et da 180 svizzeri con buona parte del restante della sua famiglia».

Dopo la sosta a Caprarola dal cardinale Farnese, ecco l’arrivo a Bagnaia: «La Domenica poi alli XIIII dopo desinare partì Sua Santità per Bagnaia, dove arrivò alle XX hore per essere pochissima strada – non più di sette miglia – essendo aspettata dal signor cardinal di Gambara, il qual signore, per essere stato anco esso travagliato dalla podagra, non potendo farseli incontro, come harebbe desiderato, fattosi porre in una sedia stava aspettando Nostro Signore alla porta.  Ma ben gli vennero incontro il vice-legato e gli ambasciatori – di Viterbo, che medesimamente furono a Caprarola a supplicar Sua Beatitudine a degnarsi di favorire la loro città con la presenta sua.  Nell’entrar che si fece nel castello furono tirate l’artiglieríe, vennero i putti in gran numero incontro con rami d’olivo in mano, furono ornate le porte et fatto quasi la solennità medesima, che a Caprarola… Prima che Sua Santità entrasse in Bagnaia vídde il barco vicinissimo al castello, il quale, per essere voto d’animali, ritiene solo il nome di barco, essendo hora uno sopramodo bello et delizioso giardino con bellissimi viali, coperti da l’ombre di diverse sorte d’arbori, la maggior parte fruttiferi, oltr’a boschetti, parte rusticamente prodotti dalla natura et parte piantati con industria et arte.  Ma quello che più lo rende notabile è la fontana, la quale è tenuta una delle più belle, che siano in tutta Europa, perciocché nel primo aspetto non si rappresenta una fontana sola, ma mille, anzi tutto un colle, ornato di purissimo cristallo, causato da un grosso capo d’acqua, che scaturisce nella sommità del detto monte; … Vi è anco un altro bellissimo vaso grande et longo assai, incavato, non però molto profondo, il quale, empiendo si ugualmente per tutto nella sua superficie, somiglia una bellissima tavola di cristallo et, essendo nel mezzo della detta tavola compartiti molti bollori d’acqua, che alzandosi ugualmente fanno bellissima vista, per tutti questi piani si discende et si sale per scale ornate da balaustri, sopra a i quali et ad ogni scalino è una fontanella con un bollor di acqua che paiano tante candele d’argento sopra loro candelieri.  Ne l’ultimo piano poi a piè del monte è un bellissimo et spatíoso giardino… ».

     L’anno seguente nel mese di giugno, Gregorio XIII fece una nuova visita a Bagnaia.  Il ricordo di queste visite si vede nell’affresco dell’ingresso della palazzina del cardinale Gambara, che reca lo stemma dei Boncompagni; e lo stesso stemma, scolpito in stucco policromo, si vede nel soffitto della sala nella quale il papa fu ospitato.  Ancora un anno dopo (30 gennaio 1580) il cardinale Gambara ricevette a Bagnaia la visita di San Carlo Borromeo. Peraltro da questo visitatore .il Cardinale ricevette, anziché un elogio, un’aspra censura. L’austero San Carlo protestò per l’eccessivo dispendio, come si legge nella «Vita di San Carlo Borromeo » scritta dal suo segretario Pietro Giussano: «Occorrendole passare per Bagnaia, nel territorio di Viterbo, fu incontrato, e accolto dal cardinale Gambara, che si ritrovava in quel suo Palazzo ‘ il quale lo condusse per le amenità di quei vaghissimi giardini, mostrandoli hor una cosa, hor un’altra, ma avendo egli contrari j pensieri, non gli rispose mai, e seguitando il Gambara a interrogarlo, gli rispose finalmente, così dicendo: Monsignore bavresti fatto meglio edificare un Monastero di Monache, con i danari, che havete gettati a fabricar questo luogo.  All’hora il Gambara lo menò di lungo nelle stanze ».

     Amareggiato e deluso il cardinale Gambara interruppe i lavori di costruzione; divenne vescovo di Albano ma conservò il suo affetto e la sua nostalgia per l’opera che aveva creato, tanto è vero che, quando morì, nel 1587, volle essere sepolto nella Basilica della Quercia a poca distanza dal suo prediletto giardino. La rinomanza di questo giardino e dei suoi giochi d’acqua aveva varcato i confini degli Stati italiani, tanto da indurre Michel de Montaigne, a fermarsi per visítarlo e a descriverlo nel suo « Voyage en Italie »: «Al Sabbato ultimo di Settembre la mattina io mi partii di Viterbo, e presi la strada di Bagnaio, loco del Cardinal Gambaro molto ornato, e ben acconcio fra l’altre cose di fontane.  Et in quella parte, pare che non solamente pareggi, ma vinca e Pratolino e Tivoli.  Prima ha l’acqua di fontana viva, che non ha Tivoli; e tanto abbondevole (che non ha Pratolino) ch’ella basta a infiniti disegni. Il medesimo Messer Tomaso da Siena, il quale ha condotto l’opera di Tivoli, o la principale, è ancora conduttore di questa la quale non è fornita: e così aggiungendo sempre nuove íncenzíoni alle vecchie, ha posto in questo suo ultimo lavoro assai più d’arte, di bellezza, e leggiadria.  Tra mille altre membra di questo eccellente corpo si vede una piramide alta, la quale butta acqua in assaissimi modi diversi: questa monta, questa cala.  A torno di questa piramide sono quattro laghetti belli, chiari, netti, gonfi d’acqua.  Nel mezzo di ciascuno una navicella di pietra con due archibugieri, i quali tirano acqua, e la balestrano contra la píramide: & un trombetto in ciascuna, che tira ancora lui acqua.  E si va a torno questi laghi e piramide per bellissimi viali con appoggi di bella pietra lavorati molto artificiosamente.  Ad altri piacquero più altre parti.  Il Palazzo piccolo, ma pulito, e piacevole.  Certo, s’io me ne intendo, porta questo loco di gran lunga il pregio dell’uso, e servizio delle acque.  Lui non ci era.  Ma essendo Francesco di core, come egli, ci fu f atta da i Suoi tutta la cortesia & amorevolezza che si può richiedere ».

Dopo l’assunzione al trono pontificio di Felice Peretti cardinale Montalto, col nome di Sisto V, il papa nominò cardinale Alessandro Damasceni suo pronipote, assegnandogli il suo precedente nome di cardinal Montalto, il suo stemma e, poco dopo, la carica di Camerlengo e il possesso della Villa di Bagnaia. Si inizia con lui un nuovo periodo, forse il maggiore, per la vita di Bagnaia.  Si susseguono visite di persone illustri per rendere omaggio al nipote del papa e al « luogo di delizia » del quale egli intraprese il completamente.  Bagnaia è visitata dal Duca Cesare d’Este, poi dal Duca di Mantova, poi ancora -dal Conestabile Marcantonio Colonna, nipote del celebre vincitore della battaglia di Lepanto.  Ma la visita più solenne è quella del papa Aldobrandini, Clemente VIIIl, ricevuto dal Montalto con altri otto cardinali.  Ecco ancora il resoconto che ci viene tramandato dal cronista: «incaminando adunque trovammo al solito la contrada piena d’uomini et donne, che ivi concorrevano per ricevere la benedittione santissima di Nostro Signore. Nel calar del monte verso Bagnaia trovammo più insegne di soldati, che facevano mostra, i quali, passato Nostro Signore, fecero lieta salva et poscia con noi s’inviarono alla volta di Bagnaia.  Ma Nostro Signore, lasciato di costa, in sulla man destra, la via di Bagnaia, presa la sinistra, che alla Madonna della Quercia conduce, òve, smontato, a suon di trombe et campane, con grandissima divotione et lagrime, disse la Santissima Messa.  Poscia, rimontato a cavallo fra tempesta di maschi, d’archibuggieri, di trombe, di tamburi et campane, gion- gemmo a Bagnaia. Nostro Signore smontò al Palaggetto che nel parco risiede, i cardinali nel palgio della terra, gli altri tutti furono adagiati secondo le persone con molta cocodità et splendore. L’alloggiamento del Papa fu splendido et reale, quanto immaginar si possa; quello di Cardinali magnifico oltramodo et con le maggiori aggiatezze et ricchezze di mobili et letta che sia possibile a dirsi. Doppo alquanto di riposo ciascuni si mise alle mense secondo il tempo e il luogo, ove era tanta squisitezza di vivande et tanta quantità di pesce, perch’era il venerdì mattina, che in maggior copia sui liti del mare oceano dare non si potesse. Dopo che Nostro Signore hebbe desinato et riposato se ne andò nel barco celebre a tutto il mondo per la quantità dell’acque fresche et chiare, per la grandezza et varietà delle fontane, tutte in varie et capricciose guise cadenti ». La visita di Clemente VIII si svolse dunque in una alternativa di messe e di banchetti e si concluse con la partenza del papa alla volta di Viterbo « ragionando della magnanimità, della magnificenza, della splenditezza del cardinal Montalto e dei suoi squisiti et cortesissimi servitori ».

Ma un’altra ispirazione è certamente derivata da questa visita al papa Aldobrandíni: quella di costruire sui colli di Frascati, negli anni immediatamente seguenti la visita a Bagnaia, la famosa Villa Aldobrandini. Così avevamo supposto nell’itinerario stampato nel 1957, e ne abbiamo trovato conferma nel libro di D’Onofrio sulla storia della Villa Aldobrandini. Si leggono infatti i seguenti documenti « A prima vista s’è ancora calcolato che la spesa potesse importare da cinquemila scudi, se bene sia bisogno di considerarla meglio et intendere con qual maggiore vantaggi si potesse fare, la quale spesa non saria per essere grave, havendone a riuscire il più nobile, et il più delizioso luogo non solo di queste parti, ma d’Italia, et che sia per superare di gran lunga il luogo di Bagnaia che viene tanto celebrato » … « et per concludere questo luogo sarà uno dei più belli che siano intorno a Roma, et conducendovici l’acqua viva, attenta la vicinanza, sarà stimata quanto Caprarola et Bagnaia ».

Il cardinale Montalto rimase titolare di Bagnaia per molti anni. A sua cura il gruppo di artisti diretto da Agostino Tassi e dal Cavalier D’Arpino decorarono con affreschi e stucchi la Loggia e le Sale della Palazzina alla quale è rimasto il nome di cardinal Montalto.  Di particolare interesse sono le prospettive di Agostino Tassi, che costituiscono la caratteristica principale di questo pittore.  Il soffitto della Loggia è affrescato con le uccelliere, creanti appunto illusioni e giochi di prospettiva costituite dai cosiddetti « sfondati ». La vita avventurosa del Tassi ha lasciato tradizioni anche a Bagnaia.  Tassi era allievo di Paul Bril (che ha probabilmente collaborato alla decorazione píttorica dell’altra palazzina) e Maestro di Claude Lorrain. Claude, giovane apprendista, ha forse formato proprio qui le prime basi della sua grande arte.  Ma la presenza di Claude Lorrain come pittore, seppure vi è stata, non è visibile. All’epoca della decorazione d ‘ i Bagnaia (1610-1615) bon poteva essere che un giovanissimo aiuto. Anzi Marcel Róthlisberger nella sua recente completa opera su Claude Lorrain contesta anche la sua presenza: resta peraltro valida la notevole influenza di Agostino Tassi sulla formazione artistica del celebre allievo.

  Il fregio della cosiddetta grande « sala di conversazione » costituisce un’opera significativa del Tassi: i giochi di putti fra i leoni, i rami di pere, i monti e le stelle che compongono una allegorica figurazione delle armi dei Montalto, equivalgono per importanza alle sue opere migliori e mostrano chiare analogie coi fregi di Agostino dipinti al Quirinale.

Lo stemma del cardinale Montalto ha un magnifico risalto anche nel pavimento di cotto intarsiato a due colori che vediamo nello stesso salone, tuttora, si può dire, in condizioni perfette.  Anche qui, per evidenti analogie, dobbiamo pensare agli stupendi pavimenti, costruiti nello stesso periodo nel palazzo di Caprarola.  Uno stemma pontificio di legno, scolpito e decorato, con gli emblemi di Sisto V, è stato recentemente collocato sulla porta da cui si accede al « Salone di conversazione » e costituisce un prezioso elemento decorativo di interesse storico e artistico.

Montalto mori nel 1623 (forse, come si legge nella sua vita scritta dal Ciacconius, « per il troppo mangiare e bere in ghiaccio »: la grande « conserva della neve » che tuttora possiamo vedere nel parco è forse una riprova di questa smodata tendenza?  In ogni caso è un curioso documento dei frigoriferi cinquecenteschi).  Dopo la morte di Montalto, Bagnaia passa al cardinale Ludovico Ludovisi nipote di Gregorio XV.  Poi, nel 1632, al cardínale Antonio Barberiní, nipote di Urbano VIII.  La connessione coi Barberini è rievocata, con senso logico e storico, dal collocamento in alcune sale della Villa, di sette tempere di Giovan Francesco Romanelli (il pittore viterbese collaboratore di Pietro da Cortona) che rappresentano le glorie della Casa Barberini.  Su queste tempere furono tessuti gli arazzi dell’arazzeria Barberini, parte dei quali si vedono nel Museo di Palazzo Venezia.  Alla morte di Urbano VIII, Antonio Barberini fuggì a Parigi, ivi seguito proprio dal pittore Romanelli, che vi acquistò grande rinomanza, tanto da essere chiamato ad affrescare vari soffitti del Louvre, nonché quello della famosa Galéríe Mazarine.

Successivi ricordi e documenti indicano la presenza a Bagnaia del papa Pamphili, Innocenzo X, che aveva nominato soprintendente il nipote, cardinale Federico Sforza.  Questo Papa fu presente alla inauguraziofie dell’acquedotto che conduce l’acqua dalle sorgenti dei Monti Cimini al parco e al giardino per i giochi delle fontane.  Una lapide ricorda questo avvenimento (1653): ritrovata durante i recenti restauri è stata collocata presso il portale d’ingresso.

     Nella seconda metà del seicento comincia il lungo periodo durante il quale la villa di Bagnaia appartenne alla famiglia Lante. Concessa in enfiteusi al Duca Ippolito Lante da Alessandro VII Chigi, la villa ha assunto il nome di questa nobile famiglia alla quale è rimasta per tre secoli (cioè fino al 1953). Durante questo periodo plurisecolare, ViIla Lante ha avuto la fortuna di mantenere integri i suoi aspetti architettonici originali, perché i Lante non apportarono modifiche di rilievo: le sole trasformazioni risalgono al 1685 quando la Duchessa Luisa Angelica de la Tremoille (cugina del Re Luigi XIV e sorella della Princesse des Ursins) volle fare alcuni cambiamenti secondo il gusto francese dell’epoca.  Luisa Angelica era sposata al Duca Antonio Lante, mentre la sorella Anna Maria dimorava a Bracciano, sposa del Duca Flavio Orsíni.  Le due sorelle conducevano vita festosa principalmente a Bagnaia, volendo la Princesse des Ursins sfuggire alla cupa e drammatica atmosfera del Castello di Bracciano. Risale a quest’epoca la trasformazione di alcune aiuole del « Quadrato » con la creazione di quelle broderies che si vedono nei giardini francesi (mentre le aiuole dei giardini italiani erano geometriche). Risale anche a quest’epoca la visita di Le Notre, che forse suggerì queste modifiche, mentre non ha, evidentemente, alcuna base qualche attribuzione a Le Notre dell’intero giardino di Baia, poiché all’epoca della visita di Le re in Italia il giardino di Bagnaia esisteva da più di cent’anni. Il secolo XVIII scorre tranquillo, con quei caratteri di ta quieta, di passatempi ameni, di festose riunioni, particolarmente adatte al re « in villa ». Nessun avvenimento ente si rileva per molti decenni, se n il rinnovo dell’investitura, già data -alla famiglia Lante da Alessandro VII, ora concessa (1745) dal papa Lambertini, Benedetto XIV, per altre tre generazioni.  E le generazioni si susseguono, come si è detto, senza creare a Bagnaia nuove opere o modifiche alle vecchie.

Soltanto il cardinale Federico Marcello Lante fece demolire nel 1772 gli olmi che fronteggiavano l’ingresso centrale della Villa (visibili nell’affresco del ‘500) per creare la piazza che fronteggia il Cancello di Ferro. Lo stesso Cardinale modificò il portale d’ingresso sovrapponendovi l’aquila dei Lante e fece costruire i due portali laterali a fianco delle palazzine, anch’essi recanti l’emblema dei Lante.

Nell’800 si ricordano due avvenimenti nel 1817, perché in quell’anno la regina d’Etrutia villeggiò a Bagnaía e il papa Pio VII Chiaramonti vi si fermò durante un suo viaggio, ospite di un Duca Lante che comandava la sua Guardia.  Si può dire che da allora la Villa cadde nell’oblio, preludio del periodo di decadenza: solo una fugace visita, nel 1911, da parte del re Vittorio Emanuele III, per l’interesse suscitato in lui (meticoloso conoscitore della storia più che dell’arte) dai ricordi del passato.  A quell’epoca la Villa, sempre abitata dai Lante, non era certamente in buona efficienza, come le vecchie fotografie di Alinari ci documentano.  E un curioso episodio, che vale la pena dí riferire, è raccontato da una scrittrice americana nello stesso anno della visita reale (1911).  Una delle stupende logge, quella affrescata da Agostino Tassi con le uccelliere, veniva usata dal Duca Antonio Lante come autorimessa.  La scrittrice racconta la sua visita a Bagnaia, ospite a colazione dal Duca e commenta: « Ci sono molte magnifiche sorprese ed esperienze che si possono avere in Italia, ma un garage con bellissimi affreschi del Seicento è una rarità che non si vede due volte ». Alle sue esclamazioni di sorpresa, rispose il Duca: « Sì, ma in questo stanzone non so che altro farci, ed è proprio adatto per le mie automobili ».

I Lante risiedevano a Bagnaia tutto l’anno, e conducevano una vita di paternalismo quasi feudale: vi dimorarono fino al 1932.  Poi abbandonarono la secolare residenza, anche per acuti contrasti e vertenze legali col Comune.

Lasciata in abbandono, la Villa decadde finché, vuotata di tutti gli arredi, rimasta in mano a un vecchio giardiniere, subì l’occupazione e i danni di quasi tutte le truppe di occupazione dei vari paesi che attraversarono l’Italia nella guerra del 1940-1944. In questo stato di desolato abbandono e di empia devastazione, si trovava la Villa quando, nel 1953 fu acquistata dalla Società Villa Lante.  L’anno seguente fu iniziato un completo, paziente e accurato lavoro di restauro che, per la parte essenziale, durò fino al 1960: è proseguito fino ad ora; anzi, per alcune zone, è tuttora in corso. In tutta la Villa è stata inoltre curata la sistemazione di un adatto e pregevole arredamento, con mobili, oggetti e quadri in qualche modo connessi con la storia di Bagnaia e dei suoi successivi titolari; con particolare rilievo con quella che si può definire l’epoca d’oro della sua storia, cioè dalla metà del Cinquecento alla metà del Seicento.  Così, come si è detto, dal restauro fisico si passa al restauro morale.  

Oggi il giardino in cui si è cercato di conseguire un’idea di bellezza è un dono alla nazione ed esso sarà goduto dalle generazioni future, che da tal dono impareranno di più, nel campo della storia, l’arte e della filosofia, di quanto potrebbero trovare nei libri ». A conferma di questa tesi alcuni cenni più tardi, un altro scrittore inglese grande conoscitore di tutte le arti, Sache verell Sitwell, figlio di Sir George, rievocando la visita compiuta a Bagnaia l’infanzia, quando suo padre lo aveva accompagnato a visitare quei giardini, ha scritto: «Se dovessi scegliere in tutta l’Italia o nel mondo che ho visto con miei occhi, il luogo dove la bellezza della natura rifulge nel modo più incantevoli indicherei i giardini di Villa Lante a Bagnaía. Questo è uno dei bei luoghi al mondo ».Vogliamo concludere queste note recente giudizio di Carlo Laurenzi, il quale, dopo aver visitato la risorta Villa Bagnaia, ha scritto: « La Villa è in fior se così può dirsi del destino di un’opera d’acqua e di pietra.  Anni or sono, il quadro che adesso sembra incredibile, u sensazione fisica di rovina, preludio morte, nasceva dalle vestigia e ci consentiva la pietà. Oggi, restaurata e sopra tutto riaperta, Villa Lante può apparirci eterna ».

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