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Domenica 15 Luglio 2018

L’itinerario della Fede

Armiamoci di immaginazione, indossiamo simbolicamente la “pellegrina” e con l’ausilio del “bordone” ricalchiamo, da novelli viandanti medioevali, i percorsi di un tempo, non disdegnando ogni tanto di abbandonare l’automobile e affrontare a piedi qualche tratto di sentiero.

Scendiamo dal nord ad Acquapendente, subito dopo Radicofani, all’ingresso del Lazio lungo la consolare Cassia. Superato il ponte Gregoriano sul Paglia, ricostruito alla fine del Cinquecento al posto di uno precedente di legno, ecco la cittadina di Acquapendente, luogo di sosta importante sulla via di Roma e della Terrasanta. Non a caso all’interno della Cattedrale, già alle dipendenze dall’Ordine dal Santo Sepolcro di Gerusalemme, troviamo un sacello risalente alla seconda metà del X secolo costruito, secondo la tradizione, ad imitazione del sepolcro di Cristo. Le cronache ci informano che sul posto esistevano almeno tre ospedali.  Oggi facciamo tesoro anche di altre realtà, come l’elegante palazzo Comunale di stile neoclassico davanti al monumento di Fabrizio da Acquapendente, celebre anatomista del Cinquecento; la torre medievale Julia de’ Jacopo (quanto resta della rocca edificata da Arrigo IV) e la torre dell’Orologio, che faceva parte del castello imperiale di Federico Barbarossa.  La città è famosa per il Carnevale e soprattutto per la festa della Madonna del Fiore (metà maggio) con l’esposizione dei “Pugnaloni”, grandi pannelli floreali che ricordano la conquistata libertà nel XII secolo dall’assedio imperiale.  Usciti dalla città verso sud, la strada, che in buona parte ricalca la consolare Cassia, raggiunge l’abitato di San Lorenzo Nuovo, località estranea all’antica Francigena, poiché costruita nel XVIII secolo al posto di un primitivo insediamento di cui non rimane più traccia. Oggi si presenta come esempio interessante di un borgo settecentesco, il cui nucleo originario è costituito da una vasta piazza ottagonale, cuore dell’abitato, dove sorge la parrocchiale di San Lorenzo Martire, che custodisce un crocifisso ligneo del sec. XIII. ……

Lasciata la cittadina di San Lorenzo Nuovo, all’orizzonte si apre lo stupendo scenario del lago di Bolsena racchiuso dai crinali dei colli Vulsini. Si raggiunge quindi Bolsena, la città di Santa Cristina e del miracolo del Corpus Domini. Nella grotta di Santa Cristina, all’interno della Collegiata, è custodito, accanto all’urna della Santa, l’altare dove nel 1263 avvenne il prodigio eucaristico dell’Ostia insanguinata. La strada prende poi a salire verso Montefiascone dove confluisce anche la direttrice proveniente dal Casentino e da Orvieto.  Il punto di sosta è presso la chiesa di San Flaviano, formata da due piani sovrapposti e ricostruita agli inizi del Mille.  Ci sorprende la nutrita serie di affreschi umbro-toscani in buona parte riferiti al Trecento.  Meritano una visita anche la Rocca dei Papi e la cattedrale di Santa Margherita nella parte più alta del paese, in bella posizione sul lago di Bolsena. Siamo già in vista della città di Viterbo protetta a sud dai boschi dei colli Cimini.  Dopo la località Zepponami, una indicazione segnala a destra la strada per Pian di Monetto che ci conduce sul sito dell’antica Cassia e quindi della Francigena. Qui occorrerà parcheggiare l’auto e procedere per un tratto a piedi sui basolati della consolare che puntava verso monte Jugo, le sorgenti termali del Bagnaccio (l’antica Aquae Passeris?), il borgo di San Valentino e Forcassi. Dopo il Mille, quando Viterbo assurgerà a dignità di sede vescovile con la prima costruzione della cinta castellana, la strada subirà una deviazione per entrare tra le sue mura e riprendere la direttrice di Roma (via colli Cimini) attraverso San Martino, Ronciglione e Sutri. Il quartiere medioevale di San Pellegrino segnala a Viterbo un consistente passaggio dei “viandanti della fede” desiderosi di sostare nella Cattedrale dove dal XIV secolo si venerano le reliquie dei protomartiri Ilario e Valentino.

Oggi si può raggiungere Sutri, luogo di tappa storico della Francigena, attraverso l’abbazia cistercense di San Martino al Cimino e Ronciglione (nei cui pressi si ammira ancora la chiesetta campestre di S. Eusebio altro posto di sosta per i pellegrini), oppure in direzione di Vetralla e Forcassi, la cui statio è riconoscibile a livello di rudere.  Ed eccoci a Sutri, la claustra Etruriae, per uno stop obbligato nella chiesa della Madonna del Parto i cui affreschi e graffiti ci propongono rare immagini di pellegrinaggio.  La Francigena procede, quindi, per Roma attraverso Baccano.

 

A mani giunte da Cristina

In Italia non c’è strada più acclamata e popolare e pensare che l’abbiamo imparata a conoscere soltanto da pochi anni, da quando sono esplose la febbre dell’Anno Santo e la curiosità per i pellegrini, turisti “ante litteram” che si muovevano lungo l’asse San Giacomo di Compostela, Roma e Gerusalemme.  Per Francigena si intendeva quel fascio di strade che dalla città eterna si dirigeva verso la Francia con proseguimento per la Galizia dov’è la tomba di San Giacomo; per le vie che scendevano a Roma si usava il termine di Romea.  In ogni caso Bolsena era una delle “statio” di quest’asse longitudinale come si legge nei diari dei primi pellegrini: la sosta era soprattutto dedicata alla tomba di Santa Cristina. La stazione successiva si trovava a Montefiascone per raccoglimenti e preghiere nella chiesa romarúca di San Flaviano. Ci incuriosisce il diario di tale Leonzio, un povero diavolo vissuto nella seconda metà del XII secolo che si unì ad un pellegrinaggio verso Roma in partenza dall’abbazia di San Salvatore sul monte Amiata.  Alla vista del lago di Bolsena, Leonzio si domanderà quanto possa essere grande il mare se questo è solo un lago.  “Avrà la possibilità di togliersi di dosso il sudore e la sporcizia che impiastriccia le mani e presso il villaggio di pescatori di gustare, per pochi soldi, l’anguilla affogata nel vino”.

Il look del pellegrino

Iconografia e documenti di età medioevale ci informano sull’abito dell‘homo viator.  Un lungo mantello di tessuto ruvido, a forma di avvolgente pellegrina (“sarrocchina” o “schiavina”) fino ai piedi; sotto il mantello una tunica corta, stretta in vita; in testa un cappuccio, ma più spesso un cappello rotondo, a larghe tese, frenato da un cordone-sottogola (il “Petaso”); qualche

volta una sciarpa, portata a tracolla. Sul bavero, una croce o la conchiglia di San Giacomo. Poi il “bordone” (bastone) con la punta metallica, fedele compagno di ventura, e la bisaccia, una borsa floscia di pelle appesa alla vita nella quale riporre il cibo. Bisaccia e bordone gli venivano consegnati e benedetti al momento della partenza dal sacerdote, che lo consacrava “pellegrino” (“Palmiere” se diretto in Terrasanta, “Jaquot” a Compostela, “Romeo” a Roma).  I piedi erano fasciati e protetti da robusti calzari di stoffa.

 

CURIOSITA’

Per intraprendere il pellegrinaggio si contraevano anche i debiti; alcuni. erano costretti a vendere o ípotecare i propri beni per le spese necessarie al viaggio.

 

Non era escluso il pellegrinaggio “su commissione”: in questo caso l’interessato alla redenzione dei propri peccati, Impossibilitato ad andare, dava incarico ad un “procuratore” dí affrontare il viaggio e ricevere le necessarie indulgenze.

 

 Non è detto che il pellegrino fosse necessariamente un “single “, non di rado víaggiava con la propria compagna, come ce lo documenta un affresco nella chiesetta della Madonna del Parto di Sutri.

 

Dati i pericoli del viaggio, il pellegrino prima di partire usava fare testamento, nominando gli eredi, o affidava a persone amiche il governo delle proprietà.  In teoria i beni del pellegrino rimanevano sotto la protezione della Chiesa, ma non sempre era così.

 

Venivano contestati i viaggi “con lusso e pompa’: il pellegrinaggio, soprattutto per gli ecclesiastici, doveva essere un esercizio monastico del tipo austero “che portasse ad un totale rinnovamento morale”.

 

Guai a chi pensava di raggiungere la salvezza per il solo fatto di essersi recato in qualche luogo santo.  Erano necessari modestia, fede e spirito di sacrificio per guadagnarsi i meriti divini.

 

Capitava spesso che tra i pellegrini si confondessero, briganti, baldracche e uomini senza scrupoli e in cerca di avventura.  Occorreva dunque stare molto alla larga dai “falsi bordoni”.

 

La guida ufficiale per il pellegrino diretto a Roma era, tra il XII e il XIV secolo, il “Mirabilia Urbis Romae” che elencava i monumentí cristiani e i luoghi dove si conservavano le principali reliquie di Cristo e dei martiri.


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